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Il respiro come sottrazione gentile
di Giulia Bortoluzzi

Si tramanda, nei suoi frammenti raccolti, che Anassimene di Mileto identificasse l’arché con il pneuma: “il soffio e l’aria abbracciano tutto il mondo”. Questo filosofo presocratico concepiva l’universo come un unico grande organismo che respira, il principio originale e universale. Per Anassimene e, più in generale per la tradizione greca e romana dalla quale deriva la nostra cultura, l’aria è una delle quattro “radici”, come le chiamava Empedocle di Agrigento, assieme a terra, fuoco e acqua. “Come la nostra anima, che è aria, ci stringe assieme così pure il soffio e l’aria abbracciano il mondo intero” si legge nel poema di Parmenide Intorno alla natura. Quest’idea del respiro come sinonimo di vita è ricorrente nella varie cosmogonie occidentali e orientali, dallo “spirito” nelle teologie ebraica (ruah) e cristiana (pneuma) allo akasha (etere) come essenza di tutte le cose esistenti nell’induismo. L’aria compare sempre come uno degli elementi vitali dal cui equilibrio dipende la sopravvivenza del cosmo. Alla base di questa concezione di armonia tra la dimensione microcosmica umana e macrocosmica naturale, necessaria al mantenimento dell’esistenza, sussiste tuttavia una dicotomia tra mondo e vivente.
Ma se non fosse possibile separare materialmente i due elementi? Questo è l’esercizio che più di recente ci ha invitati a compiere Emanuele Coccia che propone una nuova cosmogonia a partire dalla concezione di atmosfera ispirata alle piante, e al processo di fotosintesi come dimostrazione della relazione di immersione tra vita e mondo. Grazie all’esempio dei vegetali, il filosofo italiano evidenzia la mescolanza tra gli organismi, la transitività della vita che circola ovunque, nel respiro proprio e altrui. Nel suo saggio La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (2016) scrive: “L’aria che respiriamo, la natura del suolo, le linee della superficie terrestre, le forme che si disegnano nel cielo, il colore di tutto ciò che ci circonda sono gli effetti immediati della vita nella stesso senso e nella stessa misura in cui ne sono i principi. Il mondo non è un’entità autonoma e indipendente della vita, il mondo è la natura fluida di ogni ambiente: clima, atmosfera”
1.
L’atmosfera, quindi, è il principio stesso che rende il mondo abitabile, spazio della mescolanza in cui ogni respiro è immersione, medium tra forme di vita che abitano il mondo. Se conoscere il mondo significa quindi respirarlo, se respirare non è solo un atto di pura sopravvivenza dell’animale che siamo ma la forma stessa del mondo, non è più possibile pensare il vivente come un’entità separata dall’ambiente. A partire da queste premesse filosofiche muove la più recente ricerca di Laura Pugno sull’aria, intitolata Mal d’Aria (2023). Con un’espressione che sembra quasi rimandare a un sentimento di nostalgia o a una sorta di malessere causato dalla mancanza di un’“aria” perduta
2, la sostanza è qui intesa tanto nella sua accezione metafisica come radice di vita quanto nella sua composizione fisica in base alla cui qualità si modifica l’ecosistema. Intrecciando un dialogo diretto con docenti e ricercatori e uno studio che abbraccia molteplici prospettive (ambientale, architettonica, medica e sociale), Pugno riflette sull’aria come emblema di sostenibilità dello sviluppo globale e più nel dettaglio sui danni causati dall’inquinamento, in particolare nella Pianura Padana, e le possibili soluzioni messe a disposizione dalle tecnologie. La qualità dell’aria di queste aeree è, infatti, fortemente influenzata dall’inquinamento industriale, dal traffico veicolare e dall’uso domestico di combustibili che incidono sull’acidificazione del suolo e la perdita della biodiversità acquatica, oltre ad aggravare problemi di salute pubblica con effetti nocivi sulla salute respiratoria e cardiovascolare causati da particelle sottili come PM10 e PM2.5.
Nonostante sia una delle principali fonti di vita, senza la quale l’esistenza non sarebbe possibile (gli uccelli non sarebbero in grado di volare, le piante appassirebbero e gli umani soffocherebbero) l’aria resta difficilmente percepibile, e tutte le problematiche a essa connesse meno tangibili e comprensibili proprio per la sua natura volatile. La sua invisibilità rende l’aria meno evidente ma non per questo meno presente, comunemente infatti l’uomo si definisce abitante della Terra, ma riprendendo nuovamente Coccia: “Noi non abitiamo la Terra. Attraverso l’atmosfera, abitiamo l’aria. Vi siamo immersi proprio come il pesce nel mare. E ciò che chiamiamo respirazione non è altro che l’agricoltura dell’atmosfera.”
3 Con la recente pandemia di COVID-19 il tema dell’aria è tornato alla ribalta nel dominio pubblico, si è diffuso globalmente l’uso di un lessico aero-centrico ed è diventato comune sentir parlare di “sindromi respiratorie”, usi e comportamenti quotidiani sono stati fortemente modificati a causa della natura di un virus che si diffonde per vie “aeree”. Non solo, il nesso tra la malattia e gli agenti inquinanti è stato studiato, proprio nelle aree di interesse di Pugno, come anche il “traino” dei decessi prematuri di persone già affette da patologie aeree come cancri, malattie polmonari o diabete di tipo 24.
Si è temuto globalmente per la tenuta degli equilibri, non solo sanitari e ambientali ma anche politici ed economici, ma come già nel 2012 scriveva Serge Latouche nel suo Limite, nel momento in cui si disequilibra la relazione tra mondo e vivente si rivela l’incapacità umana di stare nell’infinitezza del cosmo: “Noi non distruggiamo il pianeta, ma solo il nostro ecosistema, cioè le nostre possibilità di sopravvivervi”
5. La pandemia ha contribuito ad accrescere un elefante che era nella stanza probabilmente già da più di un secolo, ovvero da quando i paesi occidentali intrapresero la strada del termo industriale. Nel 1962 Rachel Carson scriveva un saggio rivoluzionario, Primavera silenziosa, nel quale denunciava la gravità della crisi ecologica e le minacce incombenti sull’avvenire, prevedeva gli effetti in agricoltura dell’uso di insetticidi chimici e sostanze velenose inquinanti. Con lei, dopo di lei, si sono fatte sentire altre autorevoli voci, come quella di Laura Conti, ad esempio, considerata la madre dell’ambientalismo italiano, che narrò il disastro di Seveso del 1976 – in Visto da Seveso (1977) e Una lepre con la faccia di bambina (1978). L’incidente nell’industria chimica ICMESA in Brianza, che causò la fuoriuscita di una nube tossica di diossina, è stato considerato dalla rivista “Time” l’ottavo incidente ambientale più grave di sempre nel mondo6 , preceduto tra gli altri da quello nucleare a Chernobyl in Ucraina (1986), dal disastro di gas tossico a Bhopal in India (1984), e dall’esplosione di olio in Kuwait alla fine della Guerra del Golfo (1991). Nonostante le urgenze climatiche siano ormai questioni politiche di interesse globale, dall’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile al Green Deal europeo, il raggiungimento degli obiettivi è ancora lontano. Ispirata, tra le altre, all’azione di queste donne pioniere dell’ambientalismo, Pugno compie con Mal d’Aria un atto simbolico di resistenza, trascinando assieme a un gruppo di studentesse e studenti lungo le calli di Venezia otto tavole di legno, dipinte con pastelli a olio e ricoperte da pittura nera spray. Il lento e faticoso traino sul suolo urbano disomogeneo, aggravato dal peso di sacchi di cemento, notoriamente materiale ad alto impatto di produzione inquinate, provoca un’abrasione del colore, una cancellazione che rivela un’istantanea del presente. Attraverso il generarsi di una mancanza, quella del colore grattato dall’impatto del contatto con il suolo, il tema invisibile dell’aria diventa immediatamente presente, tangibile proprio nel segno dell’assenza. La cancellazione come processo creativo, così come l’azione diretta su materiali e per luoghi, è una prassi per Pugno che già in opere come Moto per luogo (2018) – una serie di fotografie in parte abrase dal contatto con il corpo dell’artista impresso sul suolo del paesaggio in esse ritratto – e A futura memoria (2018) – un calco di neve realizzato con un gesso ceramico che attraversandone gli strati superficiali e solidificando l’aria genera una sorta di fossile polare – pratica una sorta di gentile sottrazione. Attraverso l’alterazione che i corpi esercitano sull’ambiente, il negativo che risulta dall’azione di Pugno diventa immagine parlante e altamente visibile di un materiale notoriamente impalpabile. Con Mal d’Aria Pugno ci invita ad abbracciare quella metafisica della mescolanza, proposta da Coccia, che unisce mondo e vivente in un unico grande respiro, e a muovere da queste consapevolezze un azione concreta di sopravvivenza. Per riprendere le parole di Carson, che già più di cinquant’anni fa poneva all’attenzione pubblica l’urgenza di rivedere la prassi sregolata del rapporto mondo-vivente, ci troviamo ancora oggi davanti allo stesso bivio: “La via percorsa finora ci sembra facile, in apparenza: si tratta di una bellissima autostrada, sulla quale possiamo procedere ad alta velocità ma che conduce a un disastro. L’altra strada – che raramente ci decidiamo a imboccare offre l’ultima e unica probabilità di raggiungere una meta che ci consenta di conservare l’integrità della Terra”7 .


1. E. Coccia, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, ed. it., Il Mulino, Bologna, 2018, p.64.
2. Si pensi all’espressione comune “mal d’Africa” con la quale ci si riferisce alla nostalgia e al desiderio di tornare in Africa.
3. E. Coccia, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, cit.
4. Si veda ad esempio G. Borruso, G. Balletto, B. Murgante et al, COVID-19. Diffusione spaziale e aspetti ambientali del caso italiano, in “Semestrale di studi e ricerche di geografia”, vol. XXXII, f. 2, 2020. https://rosa.uniroma1.it/rosa03/semestrale_di_geografia/article/view/17031
5. S. Latouche, Limite, ed. it., Bollati Boringhieri, Torino, 2012.
6. Si veda: https://content.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,1986457_1986501_1986449,00.html
7. R. Carson, Primavera silenziosa, ed. it., Feltrinelli, Milano,1963.


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