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Fading loss 
di Cecilia Canziani

Il paesaggio, scrive Raffaele Milani, è “natura trasformata dall’uomo nel corso della storia”1 non è natura, con cui pure viene spesso confuso, ma il modo in cui attraverso l’azione dell’uomo uno spazio viene organizzato in una categoria estetica. É lo sguardo che riconosce in una serie di elementi geografici o atmosferici un paesaggio: guardare è un’esperienza culturale, un’operazione che si colloca a metà tra filosofia e arte, propedeutica all’esperienza di sé e del mondo. Come dire che quando produciamo un’immagine estetica di un luogo, in realtà stiamo parlando di noi: vi proiettiamo le esperienze che abbiamo fatto, le nostre convinzioni, le nostre aspirazioni e desideri, e non è un caso che questo soggetto abbia occupato così tanti artisti e che continui a offrire spunti, porre problemi, sollecitare risposte, perché permette di restituire in una immagine un punto di vista che è sempre, inevitabilmente, situato; di proiettare il sé, fuori da sé. Noi modifichiamo il paesaggio, e a sua volta, va detto, il paesaggio ci modifica.

Il paesaggio italiano deve la sua incredibile varietà e unicità proprio al fatto di essere per la sua quasi totalità antropizzato, mantenendo la traccia delle diverse visioni del mondo che si sono avvicendate nel corso di secoli. Saperlo leggere ci restituisce in maniera precisa un’immagine delle epoche che ci precedono, ma apre anche a una comprensione maggiore di problematiche e urgenze che attraversano la ricerca artistica in un arco temporale ampissimo e che va dal Quattrocento a oggi.

I boschi che circondano Trivero testimoniano sia la reciprocità tra territorio e comunità sia il desiderio di ricomporre un luogo perché restituisca bellezza allo sguardo di chi lo contempla: negli anni Trenta la montagna, resa brulla dallo sfruttamento delle aree boschive per la creazione di nuovi pascoli e per ricavarne legname , viene rimboschita secondo criteri dell’epoca con monocolture di abete rosso, una pianta che troviamo impiegata in tutto l’arco alpino e prealpino fino agli anni Cinquanta, ma che negli ultimi anni ha iniziato a mostrare segni di sofferenza.

I boschi ultimamente si ammalano, come ci ammaliamo noi: siamo legati a doppio filo, risentiamo della globalizzazione che ha impresso nel mondo trasformazioni climatiche troppo rapide per poter essere metabolizzate dal pianeta. Un innalzamento della temperatura di due gradi espone ad esempio i boschi di Trivero all’attacco di insetti che non costituivano fino a ora una minaccia e un piccolo parassita dal nome irresistibile di Bostrico Tipografo è responsabile della morte del bosco, già reso fragile dalla mancanza di luce e circondato da felci, invasive, tenaci e prime colonizzatrici delle aree destinate al pascolo abbandonate dall’uomo.

Laura Pugno conosce questa montagna fin da bambina. Fa parte del suo paesaggio interiore ed è in un certo senso una parte dell’immaginario che ha sviluppato come artista: il paesaggio, analizzato attraverso la fotografia, il video e il disegno, è infatti il soggetto (o meglio il pretesto) attraverso il quale analizza la percezione e i codici attraverso i quali la organizziamo (e veniamo a nostra volta, da essa, organizzati); il suo è dunque uno sguardo due volte situato, da un lato per affinità tra la sua ricerca come artista e l’obiettivo della committenza, dall’altro come membro della comunità di Trivero. Ed è forse a partire da questa presenza che si può dipanare un altro aspetto del lavoro dell’artista, perché se il termine paesaggio riconduce sempre a una visione, e a una preminenza dello sguardo, nel lavoro di Laura Pugno questa operazione è sempre tradotta in un’azione che presuppone l’entrata in gioco di tutti i sensi – l’occhio guarda, ma anche tocca e sente – e che restituisce l’esperienza del corpo all’interno di un dato luogo.

In questa occasione il bosco è diventato il punto di vista a partire dal quale raccontarne la storia, ma anche supporto materiale e soggetto di un corpus di opere: corpo collettivo che si racconta.

Nell’affrontare la committenza, Laura Pugno ha ripercorso i sentieri del bosco, riportandone due parole che restano nello sviluppo delle opere come qualità tonali: l’oscurità e il buio. Ne ha registrato anche un’altra suggestione: il suono. Infine, nella figura del Bostrico Tipografo ha riconosciuto una indicazione di metodo, costruendo la mostra per sovrapposizioni e trame che tengono conto della traccia che lasciamo nei luoghi, e anche – credo – un’affinità. Il piccolo parassita lascia una traccia visibile sulla pelle dell’albero, uno scavo, una texture, che evoca il modo in cui Laura Pugno interviene abradendo o imprimendo un testo in braille su un’immagine, che cancella parzialmente il paesaggio che ne è soggetto, ma allo stesso tempo lo apre a nuove e più complesse letture.

La visione è sempre messa alla prova dall’intervento di altri sensi nel lavoro di Laura Pugno: nella sua ricerca nemmeno l’immagine fotografica – l’immagine di un paesaggio, che è una mise en abîme dell’atto stesso di guardare – non è un fatto retinico, perché viene sempre riportata ad altri dati percettivi, come il tatto e l’udito.
Le qualità sonore dell’abete rosso sono note ai liutai, i violini di Stradivari sono realizzati con quegli alberi cresciuti durante la piccola era glaciale che va dalla metà del XIV secolo alla metà del XIX secolo – il freddo fa bene alle foreste di conifere, ed evidentemente anche al loro suono.

Per Fading loss, l’artista ha voluto conservare il suono del bosco, realizzando con la sound artist Magda Drozd una traccia sonora. Mangiando la corteccia dell’albero il Bostrico ne taglia i canali linfatici e ne causa il rinsecchimento e la morte, allo stesso tempo però regala alla sua superficie una sorta di intaglio. Questo disegno, da cui il Bostrico prende l’attributo di Tipografo, viene ripercorso da Laura Pugno con la grafite, in una azione che registra – e accoglie – il mutamento. Il suono ottenuto è la traduzione di un’azione che mina il bosco, e che però allo stesso tempo lo riscrive.

Parallelamente Laura Pugno ha lavorato a una serie di vedute del bosco nel suo stato attuale, realizzate con dei carboncini ottenuti dalla combustione di alcuni rami di abete, come se il bosco, disegnasse se stesso, o partecipasse della struttura materiale dell’immagine. La carta sulla quale l’artista ha disegnato è a sua volta percorsa di segni che lasciano intravedere dati scientifici che offrono di quel luogo un’altra lettura, rivelando che sono sempre almeno due i sistemi attraverso i quali leggere e comprendere le cose.

Un’operazione di autopoiesi è anche alla base delle fotografie presenti in mostra, ottenute inserendo all’interno del tronco di alcuni degli abeti destinati ad essere abbattuti, una carta emulsionata. La cavità dell’albero diventa una camera oscura e l’immagine ottenuta oltre a restituire una documentazione del bosco che si somma al soundscape e alle vedute a carboncino offre il punto di vista sul bosco dell’albero: una cronaca del bosco, oltre che dal bosco. Un ultimo sguardo incarnato, che presuppone dal nostro, sulla foresta oscura, nel momento della sua sparizione.

Al centro dello spazio espositivo una struttura di assi di legno di abete locale e felci evoca lo spazio analizzato dall’artista, ne restituisce i dati di partenza e diventa supporto per articolare le opere.

Fading e loss sono due parole intrinsecamente legate alla funzione mnestica che attribuiamo al monumento, nell’uso pubblico e alla fotografia, nella sfera privata. Nel registrare la dissolvenza e la perdita di un luogo, Laura Pugno mette in scena una sorta di rituale in cui i resti vengono composti e riconfigurati affinché ne trasmettano la memoria. Nella sua forma, questo intervento sembra un monumento alla sparizione di un paesaggio, che verrà presto sostituito ad un altro, portatore a sua volta di nuove visioni, emozioni, desideri e memorie.



1 R.Milani, L’arte del paesaggio, Il Mulino 2001, p. 43

E’ cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi, e soprattutto: non muovermi come vorrei. Lungi dal vedermi come colei che da cui dipende il benessere del giardino, mi so esposta alle contingenze, vulnerabile.

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto